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56.18 - Romanò, Angelo, Manzoni visto da Gramsci

Romanò, Angelo, Manzoni visto da Gramsci, in «L'Osservatore Politico Letterario» [Milano], II, n. 10 (1956), pp. 67-78

 

L’a. rimaneggia le conclusioni del proprio precedente saggio Gramsci, Manzoni e gli umili (->55.25) incentrate criticamente sull’indecisione di metodo gramsciana di fronte all’indagine estetica: AG «afferma di voler compiere una “ricerca di storia della cultura”, ma in realtà non può astenersi dal formulare dei giudizi di “critica artistica”» (p. 78).

Sono qui presi in considerazione i sei frammenti gramsciani da cui si possono «intuire le linee vettrici di un giudizio complessivo» (p. 67) di critica manzoniana. L’attenzione maggiore è posta sulla nota Manzoni e gli umili. Sulla base dello Zottoli, R. intende Manzoni come un pioniere del nuovo metodo, tra storiografico e letterario, del «verosimile», che comporta un distacco psicologico a favore dell’adesione alla realtà. Il giudizio espresso da Crispolti sulla parzialità di Manzoni a favore dei potenti, ripreso da AG quando considera che nei Promessi Sposi il popolo è paternalisticamente inteso come «gente meschina, angusta, senza vita interiore» (p. 69) ed all’opposto si trova una vicinanza psicologica di Manzoni ai «signori», è negato da R. con gli esempi di Fra Cristoforo e Borromeo che appartengono alla schiera degli umili in un alto senso spirituale, perciò non è accettabile considerarli tra i potenti perché di estrazione borghese, secondo una definizione meramente classista.

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